| Da ARGO, a Iperfetazioni, a Guantanamo, a EL-GHIBLI una scrittura engagée vs le “oscenità” |
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| Scritto da Antonino Contiliano | |
| Giovedì 15 Ottobre 2009 06:31 | |
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Un poeta deve essere più utile di qualsiasi altro cittadino della sua tribù.
Lautréamont
Il n. 15 (2009) della rivista ARGO, direttore Valerio Cuccaroni, esce come un romanzo. Il romanzo delle “oscenità” della storia e della politica italiana di questo nostro tempo (che più bordello non si può). I capitoli di questo romanzo, scritto con la tecnica del diario di bordo di una vera e propria road map disegnata percorrendo lo stivale italiano (dal Sud al Nord d’Italia), sono scritti con inchieste, racconti, poesie, descrizioni “fotografiche”, etc. Le diverse firme, come dicono i protagonisti della scrittura, mettono....... davanti agli occhi un panorama di squilibri e violenze, consumati a danno degli italiani, che strabiliano e fanno strabuzzare gli occhi di incredulità e rabbia al tempo stesso.
Pur con “briciole di ideologia in tasca”, gli scrittori “migranti” di questo n. 15 di ARGO, di fronte alle “oscenità” offerte dal paesaggio geografico e politico italiano, governato dal liberismo berlusconiano – sua “Emittenza, testa sintetica” –, si sentivano come “molecole violentate a raffica”. Contributo non irrilevante (per l’incremento delle oscenità e dello strabiliamento) veniva anche da parte di certa Chiesa cattolica, responsabile di occultamenti e connivente per silenzi “diplomatici”.
Quella Chiesa cioè governata da un vertice, che ieri “conviveva” con gli autori del genocidio ebraico, e che, non più tardi di ieri, sapeva e “consigliava” i mandanti e gli esecutori della politica militare dei desaparecidos del Plan Condor, cui aderirono Cile, Argentina, Brasile, Uruguay. La pulizia omicida della giunta militare argentina (fra i cognomi della giunta, molti erano anche di origine italiana), che insanguinò l’Argentina dal’76 all’83 con il Plan Condor Plan Condor, e che provvide all’eliminazione degli oppositori politici e di qualsiasi dissenso. Noti erano i “voli della morte”. Plan Condor, scrive Geraldina Colotti (in questo n. 15 di Argo), “era la multinazionale del terrore messa in piedi dalla CIA per eliminare gli oppositori politi alle dittature che negli anni settanta funestarono l’America latina”. In sette anni la giunta fece sparire 30.000 persone tra “oppositori politici o persone prese nel mucchio”. Tra questi desaparecidos, il 3,3% erano italiani. La presenza degli italiani fra i desaparecidos indusse l’Italia a “denunciare i rapporti e gli interessi fra il governo italiano di allora e la giunta, nonché le responsabilità della Chiesa cattolica”. E il nunzio apostolico romano con l’Argentina di allora, Pio Laghi, oltre a conoscere i nomi dei desaparecidos, dava anche “consigli ai militari”, così come, OSCENAMENTE, poi, sui voli della morte e le “suore volanti”, il ridanciano Silvio Berlusconi ha “fatto dello spirito provocando un incidente diplomatico e suscitando l’indignazione dei familiari delle vittime”. Di queste oscenità, tipiche della deriva geografico-politica italiana, ci racconta il n. 15 di ARGO, e di altre storie (in versi o in prosa) firmate da Federico Solmi (dall’artista), Fabrizio Gatti (reporter d'assalto), Paolo Rossi Paolo Rossi (giullare scomodo), Massimo Paci (grande sociologo ), Massimo Zamboni (l’ex Cccp ), Vanni Santoni (narratore), Andrea Battistini (italianista engagé), i collettivi Kai Zen, Wu Ming e gli Argonauti, da Roma a Kyoto, il poeta americano Jack Hirshman e i nuovi poeti dialettali - da Domenico Brancale a Edoardo Zuccato, Rino Cavasino (PA) e Marco Scalabrino (Trapani). Di Scalabrino riportiamo, in versione italiana, il testo Sicilia ci crede (il testo è pubblicato anche in lingua siciliana):
Marine sole coppole lupara bagli templi canzoni marranzano cuscus pesce pupi pietra-lava… fareste bene a scordarveli! Adagiato sulla storia di un paese del quale condivide un comune patrimonio di sangue di lingua e di civiltà c’è un popolo che sogna di affrancarsi dal giogo ignominioso che lo asservisce. Non la svegliate con la scusa: - È tardi! - Sicilia adesso crede ai sogni.
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ANCORA: Di ciò che avviene in Italia e di ciò che, ideologicamente, politicamente, criticamente, poeticamente, etC. agita il suo clima, i suoi personaggi e i suoi poeti possiamo sapere leggendo l’ultima fatica poetica Iperfetazione del poeta romano Marco Palladini (in altre occasioni di letture poetiche abbiamo “documentato” con l’opera Alla Corte del Corto di Francesco Muzzioli e con La forma dell’Italia di Mario Lunetta).
Poetando, Marco Palladini scrive:
“Sono cose che vorrei non aver sognato / E comunque cose che mi hanno segnato”: è il refrain che intercala i testi della seconda sezione – Interzone – del libro di poesia – Iperfetazioni (Zona, Arezzo, 2009) – del “materialista stoico” Marco Palladini. E i testi sono quelli etichettati dal titolo che li raccoglie sotto la denominazione di “SOGNO O SON TESTO?”. Il refrain è un ritornello marcante, che, appunto come un ritorno, si ripete dopo una serie di flash acidosi, i quali, come tante retroazioni, riflettenti e giudicanti, sul recente passato o lo stesso presente di appartenenza, ritma questi stessi fulminei passaggi (azzeccati) e di sintesi scioccante e vera:
il televisore telecomandato che, poi, implode durante l’ennesima rievocazione […] un pianeta che va in pezzi e nessuno che sappia come rincollarli […] quelli che sdottoreggiano senza ovviamente capire una minchia della situazione presente e cogente […] dragare i viali tangenziali dove le seriali mignotte afroslave aspettano di pompare lo sperma della notte […] Fœminœ effeminanti femministe (cioè tutte vostre-loro), altrettali Virginie Woolf immaginarie, nonché depositarie dei saperi superiori della vagina… che si elevano solamente nel voluttuoso denegarsi […] Misantropi carmelobeni praticano impavidi l’abiezione di coscienza avverso le verità comunicate, le masse soggiogate, le turpitudini dei potenti ogni volta replicate… (pp. 51, 52, 53).
Il refrain, e qui ci piace ricordarlo, per associazione, richiama alla mente un analogo ritornello di memoria brechtiana. È il refrain con il quale Brecht, nel suo Il proletariato non viene al mondo in panciotto bianco, punteggia la scena della storia a lui contemporanea, e a noi non estranea:
quando la cultura, in pieno crollo, sarà coperta di sozzure, quasi una costellazione di sozzure, un vero deposito d'immondizie; quando gli ideologi saranno diventati troppo abietti per attaccare i rapporti di proprietà, ma anche troppo abietti per difenderli, e i signori che avrebbero voluto, ma che non hanno saputo servire, li scacceranno; quando parole e concetti non avranno quasi più niente a che vedere con le cose, con gli atti e con i rapporti che designano e si potrà sia cambiare questi ultimi senza cambiare i primi, sia cambiare le parole lasciando immutati cose, atti e rapporti; quando, per poter sperare di uscirne vivi, si dovrà essere pronti a uccidere; quando l'attività intellettuale sarà stata ristretta al punto che ne soffrirà lo stesso processo di sfruttamento; quando non sì potrà più lasciare ai grandi caratteri il tempo necessario a rinnegarsi; quando il tradimento avrà cessato di essere utile, l'abiezione redditizia, la stupidità una raccomandazione; quando perfino l'insaziabile sete di sangue dei curati non basterà più e dovranno venire scacciati; quando non ci sarà più niente da smascherare perché l'oppressione avanzerà senza la maschera della democrazia, la guerra senza quella del pacifismo, lo sfruttamento senza quella del consenso volontario degli sfruttati; quando regnerà la più cruenta censura di ogni pensiero, che però sarà superflua, non essendoci più pensiero; oh, allora la cultura potrà venir presa in carica dal proletariato nel medesimo stato della produzione: in rovina.[1]
Una punteggiatura che, profetica, lampeggia e costeggia la nostra storia. Un tempo – come dice Alain Badiou – dove il pensiero e l’azione umanisti hanno fatto correre, inflessibili, le vicende sui binari della “passione del reale”. La punteggiatura del refrain – “Sono cose che vorrei non aver sognato / E comunque cose che mi hanno segnato” – ha la stessa aria di famiglia, ci sembra, del quadrante di Badiou: è la sottolineatura del ritornello (sopra riportato) che, insistente e marcatamente, brechtianamente, segnala le “rovine” e le spinte per non rimanere soffocati sotto le macerie. [1] Alain Badiou, Un mondo nuovo: sì, ma quando?, in Il secolo, Feltrinelli, Milano, 2006, p. 59.
Marco Palladini, del resto, nel suo Iperfetazioni, è doppiamente “legato”, come vedremo più avanti (e per cenni), al drammaturgo tedesco. I due testi poetici della raccolta, cui vogliamo riferirci, sono REPLICANDO A BRECHT (pp. 119-21) e LA LINEA NON C’È (pp. 142-43). Ma, del materialismo “stoico”, che può connettere criticamente Palladini alla poetica brechtiana (anche teatrale: Palladini è anche un uomo di teatro, oltre a essere poeta), è stato detto, da F. Muzzioli, nell’introduzione al libro. C’è anche la linea della poesia materialistica e anticapitalistica, il polemos della contraddizione che muove la mano poetica di Marco contro la produzione del postmoderno Ed è qui che il suo “anti” preannuncia una tensione all’orizzonte più che virtuale: perché se è vero che “la linea non c’è”, e pur vero che “se c’è è pura leggenda” (p. 143). La parola “leggenda” (polisemica/ambivalente), infatti, non è forse foriera di una lettura possibile? Lettura di linea, appunto, “leggenda”: leggerla gerundivamente. O come, in altri contesti, scrive anche lo stesso Muzzioli, leggere le cose tra le righe? Il libro ha altre due sezioni – Ricognizioni private; Pubbliche escursioni –, e, come già lasciato apparire, è accompagnato da una nota introduttiva, di Francesco Muzzioli, il quale, con la sua consueta (preziosa analisi critica) – che lo contraddistingue –, oltre a dare rilievo alla parola poetica del nostro autore come pratica significante, ne sottolinea anche il lavorio di poiesis retorica graffiante, e ciò insieme, anche, ai neologismi che sostengono il segno concettuale della scrittura stessa del poeta. Rapidamente, scrive Francesco Muzzioli, si possono individuare almeno tre livelli: “l'accostamento della paronomasia”, la “neoformazione”, e il “calembour”. Per cui:
1) il contagio del significante ("il treno del significante", direbbe l'autore, che trascina le parole in una dietro l'altra), serve da molla compositiva del testo attraverso la sovrabbondanza e la disseminazione del suono, in contestazione della assolutezza del Senso. Rimandi a distanza che valgono come ricorsi ritmici; si veda la trasformazione del "sonno" in "senno", […] Oppure rimbalzi ravvicinati e contatti strettissimi ("Torrida l'estate orrida"; e, apertamente sottolineato: "tra GODot e GODzilla"), […]. 2) i ricalchi di parole nuove e le invenzioni di parole composte: nel primo caso cadono le neoformazioni come "nondove" o "disvita", nel secondo le parole valigia, alcune dai tratti fortemente polemici, come "epocalittico" e soprattutto "italieni", i compatrioti vissuti ormai come alieni. […]. 3) il parodismo delle frasi fatte e dei titoli. Questo lavoro di deformazione del "già scritto" dimostra la dialogicità intrinseca di questa poesia, in cui il ruolo di soggetto non è dato per acquisito, ma deve essere conquistato attraverso un continuo sforzo di differenziazione. Di qui il linguaggio rigenerato e straniato dal lavoro di trasformazione delle frasi acquisite, citazioni letterarie o modi di dire. Un procedimento che è però fondamentalmente diverso dalle riscritture del postmoderno: mentre nel postmoderno il ri-uso viene inteso prevalentemente come imitazione (pastiche), qui si tratta appunto di spostamento e riconversione niente affatto innocenti. Il gioco non sembra mai a risultato zero: magari sottolinea soltanto la preminenza basilare dello statuto linguistico ("Sogno o son testo?"; "l'uomo del banco dei segni"), il che però è già una presa di posizione impegnativa. […]. (Iperfetazioni, pp. 11-12).
La posizione dialogica e impegnativa dei “segni” poetici di Marco Palladini è dunque parte essenziale e strutturante, e, nelle piegature del significante (non fine a se stesso), un invito a stare nell’allegoria e nell’agorà. Al poeta Palladini, infatti, interessa sia la “produzione” di una parola poetica demistificante, crudelmente nuda, veritiera e invitante, sia una ricezione critica (coinvolgente il lettore/spettatore partecipe) e sospettosa, come è nello stesso teatro brechtiano; una ricezione che metta in stato di allegorizzazione la semantica e faccia scattare allarmi e dubbi “stranianti”, lì dove il rapporto scena/immagine/parola cerca, in specie, un’adeguata tensione fra le cose in scena e in verso. Credo, senza allontanarmi troppo né dalla nota di Muzzioli, né dall’intero corpus del libro di Marco Palladini, che l’autore sia un materialista stoico, non perché la “metafisica” stoica sia la sua radice, quanto perché stoicamente il “segno” – la lingua e il simbolico – dei suoi testi è segnato dalla materialità dei bisogni di questa realtà oscena che è il presente della modernizzazione postmoderna. La modernizzazione neoliberistica del capitale che, dopo la sconfitta della linea progettuale della modernità utopico-scientifica – il comunismo – e della caduta dei socialismi reali, con il nome di mercato mondiale amministrato (la bioetica e la biopolitica potrebbero solo essere i nomi più aggiornati di un simile stato di cose: alla manipolazione tecno-genetica della società della conoscenza vuole, infatti, affidare le sorti sia dell’etica, sia della nuda vita!), ha posto e imposto solo il profitto capitalistico, e nessuna distanza di alternative utopiche, scientifiche e storiche. L’essere è solo Uno, e le dualità (come divenire oppositivo e alternativo) debbono scomparire. Palladini, infatti, per non dimenticare, e quasi come un lampo riflessivo, sottotitola Iperfetazioni con una espressione parentesizzata molto eloquente: “(la linea non c’è”). La linea, però, secondo noi, c’è, ed è “leggenda”, individuabile. Ed è leggibile nonostante il “sì, caro compagno Bert Brecht / non abbiamo potuto essere gentili / e non abbiamo saputo neppure essere / fino in fondo comunisti […] “[REPLICANDO A BRECHT (FUORI TEMPO MASSIMO), p. 119]; nonostante il “Libera nos a Mao… / Ha fatto naufragio il Grande Timoniere / come un goffo marinaio senza mestiere / nell’oceano della storia è finito giù in fondo / e l’ideologia ora appare un culto immondo // […]” (LIBERA NOS A MAO, p. 112); nonostante l’ossessiva combinatoria di anafora/diafora che agita uno dei testi poetici più vertiginosi e deliranti della sezione RICOGNIZIONI PRIVATE, il “III”. La poesia in cui, come direbbero Brecht e Foucault, parole e cose, pensiero ed essere non sembrano più corrispondersi: “Tu non sai chi penso di essere / tu non sai chi penso che tu sia / e neppure sai chi tu pensi di essere / Io non so chi pensi di essere / io non so chi pensi che io sia / neppure io so chi penso di essere” (III, p. 20). Fra le “righe” di questo testo, abitato da un “ospite sospetto”, infatti, si sa “bene” che, così, “non si può durare”. Leggibile e forte è, infatti, la linea di condotta; si tocca con mano, e al di là di ogni rassegnazione o nichilismo reattivo e passivo pretaiolo. Il senso di resistenza e di ribellione vi abita come “una scintilla che cerca la polveriera” (A. Breton): “va bene, non abbiamo potuto essere gentili / […] / il capitalismo che ha intriso di sé e fatto ammalare / il corpo del pianeta e non è la cura per guarire / così, se non puoi più chiamarla comunista / persiste la necessità che l’illusione di una cosa / ci sottragga all’orrore e riempia i giorni di futuro / […] / è quella che, deposta la speranza di scoprirci felici, / ammainate le bandiere delle trascorse utopie inutili, / stavolta vorremmo davvero provare ad essere gentili” [REPLICANDO A BRECHT (FUORI TEMPO MASSIMO), pp. 120-21]. La “linea di condotta” degli “agitatori” di Brecht è piuttosto evidente e cercata, e, questa volta, però, all’insegna della “gentilezza” che, non necessariamente, è incompatibile con la politica. L’incompatibilità scatta lì dove le sue molle sono l’oppressione e il profitto, o, come ricorda Alain Badiou (Il Secolo, 2006), con la determinazione della “passione del reale” che vuole la sintesi nell’ “Uno”, e realizzata a forza di “sottrazione” e “distruzione”. Il richiamo a Il Secolo di Alain Badiou, leggendo Iperfetazioni di Marco Palladini, non è improprio, se è possibile leggervi la fine del secolo (XX) con i suoi cataclismi, e l’inizio del XXI attraverso i poeti che prendono posizione:
Farò un giorno sul serio carte false / per andare a vivere nel paese degli italieni / lontano dagli spettacoli più osceni / cercherò un altro me stesso e non stupide rivalse / Altrove, non si sa dove, sale e vibra rapito / un canto alla vita, un inno alla gioia trasversale / la pace in terra però esala rauco e ferito / il respiro come un mantra all’atman universale (POESIA ITALIENA, p. 74).
Alain Badiou ha analizzato il XX attraverso la “bestia” di Ossip Mandel’štam, i “pirati” di Ferdinando Pessoa e “la linea di condotta” di Bert Brecht. L’opera Iperfetazioni di Marco Palladini non è da meno. Riflette e propone l’uscita dalla “governance” postmoderna e dalla cultura codina della riduzione praticata dalla filosofia dell’Uno, di cui oggi, ancora, la politica terroristica dell’identità e dell’inclusione-esclusione (della globalizzazione capitalistica) espone, fogna a cielo aperto, i suoi micidiali conati di vomito poliziesco e militarizzato. Uscire dalla territorializzazione della guerra etnico-identitaria: uscire fuori di testa… In un’Europa che non c’è, e in un’Italia dei poeti e dei non poeti, pensare e praticare, allora, un’identità della “gioia trasversale”, perché:
Fratelli Poeti d’Italia, l’italia non s’è desta / l’Itaglia s’addorme o è sempre più / impoeticamente fuori di testa…” (XX, p. 41), e perché “Ce n’est qu’un debut?... No, ce n’est q’une fin, mon ami… ed è ancora e sempre il dio-luce che l’incista e la assiste… (Couvre-feux, p. 141).
Che il cuore di Osiride sia sempre quello di “un dio nero”? (A. Breton). Allora bisogna ritentare diversamente il cammino della/nella storia: articolare la dialettica luce-buio al di fuori della riduzione identitaria, securitaria, razzistica e terroristica. Il vecchio Leviatano illuministico e di classe interclassista, ancora convinto delle guerre umanitarie e infinite dell’umanesimo sostanzialista, è tempo che vada in pensione, e senza buonuscita!
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In Italia e nel mondo del terrore e della sicurezza, ancora, leggiamo e scriviamo:
Dopo i campi di sterminio nazifascisti e i gulag sovietici del XX secolo, il mondo aveva creduto che nessun campo di concentramento e dell’orrore, votato al genocidio o alla tortura, avrebbe più macchiato la civiltà. Si era creduto anche che la stessa poesia dopo Auschwitz fosse impossibile. Era impensabile che la poesia potesse ri-fiorire o avere ragioni per continuare ad essere. Ma, ancora una volta, il XXI secolo, il tempo che ha conosciuto la fine dei totalitarismi e delle guerre fredde, il crollo dei muri e dei blocchi contrapposti, convogliando il mondo nel liberismo della sicurezza e del terrorismo ideologico e globale, ha generato le nuove guerre “asimmetriche”, quelle del genocidio sistematico e i nuovi campi di detenzione e tortura (Guantánamo et similia) nel mare di Cuba e nei paesi alleati delle guerre preventive. E ancora una volta, in mezzo alle torture e ai suicidi-omicidi, la voce della poesia rispunta, e testimonia la crudeltà e le vergogne della civiltà liberale e democratica dell’Occidente e dell’America. Parafrasando la poesia “Se questo è un uomo” di Levi, si potrebbe dire: e questa che crea Guantánamo è una civiltà?
E lo stupore, unito alla vergogna, è che il luogo, come quello in cui è stato rinchiuso Levi, è il campo di prigionia e detenzione americano di Guantánamo (Cuba). In queste prigioni, votate allo “sterminio” dell’umanità, che c’è in ogni uomo – mussulmano, terrorista o altro capro espiatorio, infatti, agisce una squadra di torturatori a tempo pieno. Preparata scientificamente, è atta ad umiliare e distruggere sia fisicamente che spiritualmente le identità dei presunti colpevoli. Sicuri di rimanere al riparo dei tribunali penali, i terminetors americani (o al loro soldo) non si curano di salvaguardare neanche i diritti fondamentali dei prigionieri politici. Si curano, invece, di essere tanto originali nel torturare, quanto più freddi e fedeli servitori del governo americano e dei loro alleati. I luoghi della tortura e dei crimini contro l’umanità, forse per questi addetti ai lavori, funzionano come parco dei divertimenti o giochi salottieri per aristocratici in crociera sadolussuriosa. Vergognoso e meraviglioso allo stesso tempo, nonostante tutto, – dice il poeta Ariel Dorfman e curatore della postfazione a “poesie da Guantánamo” (EGA, Torino, 2009), pubblicate da Amnesty Internazional e Marc Falkoff –, è il fatto che un simile tempo – il tempo delle guerre e delle violenze “securitarie” dell’Occidente – abbia prodotto una simile “mo(n)struosità”: l’inferno di Guantánamo e il fiore della poesia. Una poesia che, al tempo stesso, è cura e giudizio, affetti e interrogazione, etc.
O mare, dammi notizie dei miei cari. // Se non fosse stato per le catene dei miscredenti, mi sarei tuffato in te / E avrei raggiunto la mia amata famiglia, o sarei morto tra le tue braccia // […] / La tua quiete è come morte, estranee sono le tue onde impetuose. / Il silenzio che sale da te nasconde un tradimento. // La tua calma, se continuerà, ucciderà il capitano / E il marinaio annegherà tra le tue onde. […] 7 O mare tu ci insulti nella nostra prigionia. / Ti sei alleato coi nostri nemici e ci fai crudelmente la guardia. / Gli scogli non ti raccontano dei crimini commessi al loro interno ? / Cuba, la conquistata, non traduce le tue storie per te? / […] / Navi di poesia sul mare; una fiamma nascosta in un cuore che arde. // Le parole del poeta sono la fonte del nostro potere; / I suoi versi sono la cura per i nostri cuori afflitti (pp. 80-81);
Pace, dicono. / Pace della mente? / Pace sulla terra? / Che genere di pace ? // Li vedo parlare, discutere, combattere - / Che genere di pace vanno cercando? / Perché uccidono? Cosa hanno in testa? // Sono solo parole? Perché discutono? / È così facile uccidere? È questo il loro piano? // Sì, certo! / Loro parlano, loro discutono, loro uccidono - / Loro combattono per la pace (p. 34)
Questi ed altri testi, nati nelle condizioni di carceraria deumanizzazione di Guantánamo – prigionia e torture inflitte in nome della democrazia e della civiltà – sono prova ulteriore che la poesia non conosce prigione che possa farla zittire. Anzi è luogo in cui l’identità assediata e massacrata dei prigionieri può trovare forza e potenza per resistere e continuare a vivere. E per i sepolti vivi di Guantánamo, seviziati come cavie senza diritti e privati di umanità, un atto di accusa e di “guerra asimmetrica” – arma critica o senza armi proprie e servizi segreti complici del principe – per condannare l’America della guerra, ideologica, al terrorismo mussulmano. Per additarla come l’unico e vero pericolo per la democrazia e l’umanità. Tant’è che il Pentagono, incurante di qualsiasi giudizio ha vietato la pubblicazione di molte poesie dei prigionieri di Guantánamo perché costituivano un pericolo – figurarsi! – per la sicurezza nazionale. Ma ritorniamo allo stupore e alla vergogna del poeta Ariel Dorfman.
Vergognoso, perché sono gli Stati Uniti, quella che dovrebbe essere una democrazia, a trattare i loro detenuti con la stessa brutalità con cui il Cile della dittatura e innumerevoli altri squallidi governi in giro per il pianeta hanno trattato e trattano i loro prigionieri. Vergognoso perché sono gli Stati Uniti, quello che dovrebbe essere un faro di democrazia, a torturare questi "combattenti nemici" e a privarli di quei diritti umani basilari che posseggono tutti gli uomini e Ie donne su questa terra, a prescindere dal crimine che possono o non possono aver commesso. Vergognoso perché sono gli Stati Uniti, quello che dovrebbe essere un modello di giustizia invidiato e imitato in ogni parte del mondo, ad aver imprigionato a tempo indeterminato questi uomini, impedendo loro di comunicare con le famiglie e col mondo esterno, degradando la loro umanità, offendendo la loro religione e le loro convinzioni per spingerli a "confessare" i loro "legami con i terroristi". E meraviglioso, sì! Il fatto che uomini detenuti nelle più tremende e disperate condizioni, ricorrano […] alla poesia, per rispondere alla violenza cui sono sottoposti. C’è qualcosa che può infondere più speranza alla nostra specie? (pp. 85-86)
La poesia dei detenuti – presunti terroristi, detenuti prigionieri senza accuse precise e processo, o catturati con i raid della rendition,e rinchiusi nel carcere americano di Guantánamo, rendendoli “invisibili”, come i tanti clandestini del mare dei migranti nel Mediterraneo –, è un grido politico di accusa e di denuncia al mondo della violenza ideologica e gratuita della guerra terroristica degli americani. Una poesia che si fa scrittura non allineata e verità di condanna etico-politica contro l’Io ipertrofico del dominio nord-occidentale e americano, il quale vorrebbe zittire qualsiasi dissenso espresso sia con le azioni che con le parole. È l’ipertrofia della politica dei muscoli dell’era bushiana che si presenta guerriera e polizia del mondo. I muscoli della superpotenza americana, armata con armi convenzionali e non convenzionali e di ultima generazione – che soffoca ogni ribellione legittima nel sangue o in accuse infamanti e mistificanti. La mistificazione della consapevole menzogna della guerra asimmetrica, applicata ai casi di suicidio dei prigionieri rinchiusi a Guantánamo, in tal senso non ha bisogno d’altro per essere snidata. Anzi va oltre il segno. Ai condannati è negato persino il rispetto di appartenere a un popolo, a una civiltà, a una cultura, e tutto ciò oltre i limiti di ogni umana sopportazione, sì che non sono mancati i suicidi-omicidi come atti di liberazione “asimmetrica”. Il suicidio, messo in atto, da alcuni detenuti, per sottrarsi alle umiliazioni e alle torture della mano armata americana, infatti, veniva bollato (e deriso) come atto di “guerra asimmetrica”, e lesivo, pertanto, della “sicurezza nazionale” degli Stai Uniti d’America. Stesso ridicolo giudizio di condanna, il Pentagono americano e i suoi servizi di bassa “intelligenza”, hanno abbattuto su molte poesie dei prigionieri di Guantánamo; poesie che non hanno avuto il permesso di essere rese pubbliche (ove non sono state eliminate) perché rappresentavano (come si legge nelle note che accompagnano il libro) una “minaccia per la sicurezza nazionale” americana. Grottesco e crudele! Una crudeltà più nuda e cruda, se così si può dire, rispetto alla crudeltà della condanna a morte del “compagno” di cui ci parla il testo “linea di condotta” del poema brechtiano. In “linea di condotta”, il compagno di partito viene condannato a morte perché non condivide più l’azione di guerriglia del gruppo di cui faceva parte; i compagni lo ammazzano in quanto pericolo potenziale che mette a repentaglio sia la riuscita del compito specifico assegnato, sia il buon fine ultimo della causa rivoluzionaria. A Guantánamo si viene scannati, invece, perché non si diventa “compagni” ameri-cani di guardia e delatori; si muore perché colpevoli di non condivide la causa americana di in-civlizzazione del mondo. A Guantánamo, il suicidio è un atto di guerra asimmetrico. Il combattente mussulmano, presunto terrorista, che non si dichiara tale o non accusa, muore come un nemico che non affronta la guerra ad armi pari (!). E la poesia dei detenuti, senza accuse e processo, di Guantánamo, è così un attrezzo (sofisticato) per una “guerra asimmetrica”, la cui punta d’arma bianca è però l’arma della critica. Delle armi della guerra infinita e umanitaria occidentale-americana, ancora in atto e perpetua, non c’è, credo, bisogno di dare spiegazioni come di scenari visionari: le bombe sono “intelligenti” e “democratiche”: distribuiscono la morte senza distinzione di classe… Ancora una volta, la poesia, così trattata e pestata, rimane ancora un “canto” politico di resistenza e di ribellione. Il diritto alla giustizia e alla vita (negate) ricorrendo alla parola; e ancora una volta, così, è riuscita ad essere insieme forza di sopravvivenza e testimonianza civile e politica sui generis, nonostante le radici fossero nel dolore privato ed esistenziale dei prigionieri, i detenuti senza parola. Senza parola e invisibili, deprivati di un pubblico processo, normale o eccezionale (militare), sono terroristi, e nemici da eliminare, non in quanto colpevoli, ma perché questa è la volontà del principe. Il dolore e la sofferenza di quelle vite, condannate e torturate senza accuse precise e processo alcuno, che nella scrittura poetica hanno trovato una ragione di lotta e di vita, sono infatti torture politiche che uno stato ha applicato allo “straniero”; ma le accuse gli si sono rivoltate contro come un boomerang. L’America dell’Io imperiale, difensore della democrazia e della civiltà, l’America del neoliberismo capitalistico, che esporta la libertà con le armi e vuole la pace come suo controllo indiscutibile, si è così mostrata come la negazione stessa dei diritti fondamentali umani e, con l’arroganza del Leviatano. Anzi si è mostrata anche più “leviatano”, se, munita di libertà di uccidere, elimina gli oppositori senza rispetto dello stesso diritto internazionale, e si fa beffa anche delle corti di giustizia penale internazionale. Figuriamoci, allora, che peso potesse avere, presso i civilizzatori di Guantánamo e dintorni, il valore di una poesia di un soggetto di un’altra cultura e lingua, e per di più dichiarato combattente nemico e terrorista!
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Ma altrove, come in Italia, nonostante le politiche antimigratorie e razziste dei governi di turno, la letteratura e la poesia degli stranieri – migrant writers – gode di altri destini. Nasce sotto gli auspici di una cultura di avanguardia, diffusa un po’ ovunque sul territorio – compresi alcuni luoghi istituzionali quali le Università (Bologna, Roma, Torino) –, e addirittura nella lingua (italiana) del paese ospitante o in una creolizzazione che ne arricchisce e rinvigorisce la portata. Anche se la colonizzazione italiana non ha mai avuto l’invasività degli altri imperi coloniali e fino ad espropriare i colonizzati della lingua materna, la lingua italiana è quella che, In Italia, i migrant writers, invece, utilizzano per scrivere le loro “narrazioni”. E ciò con tutto vantaggio di arricchimento della stessa lingua italiana. In ogni tempo, del resto, in tutti gli “imperi”, migrazioni e periferia, le cinture che hanno accolto i nuovi arrivati, hanno sempre contribuito a rivitalizzare la cultura letteraria del centro. Vi hanno apportato contributi, idee, cambiamenti significativi sul piano linguistico, e con questo hanno aperto altre finestre da cui guardare il mondo. “ I casi di Ben Jelloun o di Salman Rushdie non sono ascrivibili a fatti eccezionali, ma ad un processo di inglobamento del ceto medio delle colonie o ex colonie nell’ambito del sistema linguistico della madre patria. In Italia, si stanno cimentando su un piano linguistico e culturale gli stranieri di prima generazione che nei loro paesi d'origine hanno avuto, spesso poca, scarsa o nessuna conoscenza della nostra lingua” (Le parole nel vento, Carta, Roma, 2009, p.9). E in questa nuova ottica, e come un rovescio di Guantánamo, il libro Le parole nel vento è un’esperienza di esemplarità letteraria rivoluzionaria. Pubblicato a cura del COMITATO EDITORIALE EL-GHIBLI (Carta, Roma, 2009) –, il libro, infatti, pone una civiltà della letteratura e della cultura come mutua integrazione e vitalizzazione. Non parlano le armi, parlano e dialogano i valori delle lingue, e l’ibridazione che viene fuori è anche portatrice di un nuovo modo di vivere la migrazione globale: valorizzazione reciproca e autovalorizzazione nella nascita di una nuova democrazia antirazzista, la quale coniuga la libertà come eguaglianza e l’eguaglianza come libertà.
Il libro, che riproduce in cartaceo l’impostazione della rivista elettronica EL-GHIBLI – rivista della “letteratura della migrazione in Italia” –, ha le seguenti sezioni di lavoro: racconti e poesie, stanza degli ospiti, parole dal mondo, sezione interventi e la sezione supplemento (testi del comitato editoriale di EL-GHIBLI). EL-GHIBLI, la rivista on-line, comprende, però, altre rubriche di lavoro, che qui si riportano: generazione che sale, recensioni, approfondimenti e analisi, interviste, supplemento,sezione internazionale. Nella rivista c’è anche la presenza di: archivio, notizie, Linnks a siti consigliati, statitistiche. I migrant writers, che popolano Le parole nel vento, per SCELTA, producono tutti i lavori della raccolta in lingua italiana: o perché scritti direttamente in lingua italiana dagli stessi migranti o perché tradotti in lingua italiana. Le parole nel vento ha un taglio internazionale: gli autori raccolti sono di tutte le nazionalità presenti in Italia, compresi autori italiani. È la stanza degli ospiti! Come esemplare, indichiamo, e solo per qualche frammento, una poesia, presentataci in lingua italiana, del brasiliano Julio Monteiro Martins.
Vivere in esilio. / Amaro accostamento, / quasi un ossimoro. / Un tutto / Cancellato, / e poi sostituito / da un altro tutto: / inaudita operazione esistenziale. / I miei figli / parlano lingue diverse / a nch’io, / tra sonnno e veglia / ascolto idiomi distinti / dentro la mia testa. / […] / Vivo l’esilio / come funebre kermesse, / preparandomi goffamente / per l’arcana, / classica tragedia: / morire in esilio. / Esalare l’ultimo respiro / in lontananza, / eternamente assente / dalla grazia di casa mia. (Julio Monteiro Martins, Vivere in esilio, pp. 68-69).
Il gruppo di lavoro di Le parole nel vento (EL-GHIBLI), prima di trasportare su cartaceo l’originaria edizione elettronica del materiale letterario e/o poetico etc. della rivista EL-GHIBLI, ha eseguito anche un’altra scelta (“fondamentale dal punto di vista politico”):
è stata quella di adottare software rigorosamente "libero" (www. gnu.org). Si è ritenuto particolarmente importante investire su questo aspetto in quanto esso è aderente alla filosofia della rivista, che attraverso il "viaggio", vuole favorire il libero incontro. Un software libero permette il libero scambio delle idee, libere da vincoli. Lo sviluppo stesso del software libero è inoltre un esempio "funzionante" di sviluppo, in antitesi con le regole dominanti. Si tratta infatti di uno sviluppo collaborativo in contrapposizione allo sviluppo competitivo al quale siamo abituati. E per sua natura lo sviluppo collaborativo non ha frontiere e ogni giorno un'infinità di byte viaggia attraverso la rete unendo persone agli angoli opposti del pianeta. (p. 16).
Libero incontro e cooperazione open source e free, crediamo, siano indicazioni di valore e di azione collettiva che ognuno dovrebbe prendere in carico, – e che il soggetto collettivo migrant writers della rivista EL-GHIBLI ci presenta già come una realtà operante in Italia. Questi libri, in circolazione in Italia, infatti, ne sono, sicuramente, un cartello stradale, o un indicatore di giusta direzione.
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| Ultimo aggiornamento Giovedì 15 Ottobre 2009 08:53 |






































